Economia e politica: appunti in discussione

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Non sono alcuni aggiustamenti tattici di politica economica che risolveranno la crisi, pur quando se ne trovasse la volontà politica, e nemmeno uno tsunami vero e proprio come l’avvento di una scelta “keynesiana” radicale fondata sulla moneta come bene pubblico sovrano – che può al più alleviare nell’immediato la disastrosa situazione del reddito del lavoro in questo momento, e quindi politicamente andrebbe comunque appoggiata per ora – perché la crisi non è inerente alla “sfera della circolazione”, non è in primis dovuta alle politiche monetariste, ma è crisi al fondo della sfera produttiva, crisi del modo di produzione.

E’ a partire dal fatto che per effetto del suo stesso sviluppo – la globalizzazione e le scelte monetariste hanno dato una accelerata ma il processo era immanente al capitale – il saggio medio di profitto nei settori produttivi è in costante discesa, in parole povere ci vogliono – effetto naturale dello sviluppo tecnico entro il meccanismo della concorrenza – sempre più soldi per fare soldi, il che spiega la rincorsa continua al credito a livello globale ( il che ha come effetto secondario che gli stock di credito. i cosiddetti debiti pubblici, vengano fatti oggetto di spirali speculative dirette politicamente, ed anche di un gioco di potenza tra le varie posizioni degli Stati ): senza abbandono del meccanismo – che al fondo è un rapporto sociale, non un mero rapporto di cose – produttivo del capitalismo in cui tutta l’attività sociale è messa in gioco dalla creazione di valore astratto e finalizzata alla sua circolazione in quanto valore astratto mediante l’impiego di lavoro in quanto lavoro astratto (cioè “salariato”, dove l’utile non è sottoposto a decisione cosciente ma dipendente dalla continua illimitata necessità di riprodurre valore) , che vi siano sovranità pubblico-private dove è il primo momento a contare più del primo non cambierà molto, oltre al fatto che nel secolo gli esprimenti di “capitalismo di Stato” hanno dato i frutti amari che ben consociamo.

Una politica di radicale redistribuzione del reddito e uno strumento che dia impulso ad una “altra economia” può essere utile, a patto di pensare bene questo strumento. Mentre per la redistribuizione semplice del reddito anche partendo dalla fotografia dell’esistente si può variare destinazione di parte delle risorse (taglio grandi opere, sprechi, pensioni ricche, patrimoniale ecc) per sostenere il reddito dei cittadini (il principio è buono perché immette un germe di gratuità nell’accesso alla ricchezza prodotta che è una eresia per la logica capitale-merce/lavoro-capitale), per la banca del cittadino bisogna evitare che diventi un altro carrozzone – comunque oneroso come tutti i comparti dello Stato, e che deve essere finanziato – dalla politica economica burocraticamente indirizzata. Il sostegno alla piccola e media imrpesa senza altri fini che riprodurre “più in basso” lo stesso meccanismo eterno di valorizzazione capitale-merce/lavoro/capitale non risolve il problema, e potrebbe inchiodare alla lunga ogni processo di rinnovamento più profondo. Chi definirebbe le regole e le direttive della “politica economica” della banca pubblica? A chi e per quali opere dare? Per questo sono più favorevole a strumenti di sostegno “orizzontale” – sostegno al reddito di tutti i ceti salariati, che sono la stagrande maggioranza – in concomitanza allo sviluppo di progetti che creino ricchezza “fuori” dalle regole di mercato e di accumulazione del valore, dove lo Stato deve “dimagrire” piuttosto che dotarsi di nuovi istituti elefantiaci.

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2 pensieri riguardo “Economia e politica: appunti in discussione

    massimo maggi ha detto:
    12 gennaio 2013 alle 20:06

    Nell’attuale tavolo di bari dell’economia ci troviamo nella spiacevole condizione di doverci far prestare continuamente soldi che sappiamo ci ruberanno di nuovo. Iniziare una guerra sapendo in partenza di averla persa è veramente un’esperienza mistica.

    claudiofausti ha risposto:
    13 gennaio 2013 alle 10:28

    Appunto, il problema non è riformare le regole ma far saltare il tavolo

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